Finito il periodo "lavori in corso" eccomi rientrare a testa bassa nel blog. Tutto impolverato qui intorno, da dove cominciare? Prima di tutto cominciare.
Il tutto è alquanto "irksome", seccante. La routine e l'imprevisto, il tempo e la sua mancanza. Il tutto è travolgente, scene di vita che schizzano a mille all'ora davanti agli occhi, fatica nel riconoscersi attori o scoprirsi spettatori.
La guida di Shanghai recita chiaro: "Evitare di parlare di politica e religione". Una delle prime domande che i due cinesi con cui ceno mi rivolgono: "Tu credi in Dio?". Non ci conosciamo bene, ma sono due tipi curiosi e io disposta a condividere, alla fine della serata entusiasti ci definiamo 'amici'.
Stupidamente chiedo se il bambino che aspetta la moglie di uno dei due è il primo figlio. "In Cina è vietato averne più di uno" e di lì si finisce a parlare del governo. Infranto il secondo tabù. Mi parlano del controllo delle nascite, della preoccupazione che il bambino si senta solo, del desiderio di avere una femmina che poi si prenderà cura dei genitori durante la vecchiaia (la guida non parlava di figli maschi?), del divieto mai esplicito di avere un secondo figlio, ma delle inaffrontabili conseguenze economiche e sociali che la famiglia dovrebbe affrontare.
Non c'è neanche il divieto di fare sciopero, solo conseguenze. Mi chiedono dell'Europa, del ruolo delle donne, ci tengono a precisare che in Cina la donna ha un ruolo fondamentale a differenza del Giappone, mi raccontano un sacco di luoghi comuni su di noi e io cerco di sfatarli quasi tutti, a volte sfinita tendo a dargli ragione. 
L'Asia, mai un posto dove rifugiarsi in solitudine in questi mega mondi di città, sempre immersi tra la folla. Shanghai: un formicaio inquinato e rumoroso, auto impazzite a pochi centrimetri dalle bici e dai carretti. Cerco un po' di pace in un villaggio fuori città, ma ottengo l'effetto opposto, un occidentale da quelle parti è meno comune e nessuno ti lascia solo, con lo sguardo, con il saluto, con una cortesia. Mi sento al sicuro.